Info e Prenotazioni

Congiuntivite e Occhio Rosso

La congiuntiva è una membrana mucosa, una sorta di pellicina trasparente che riveste la superficie interna delle palpebre in maniera ben aderente (chiamata congiuntiva tarsale, essendo il tarso la struttura di sostegno fibroso, lo scheletro delle palpebre) quindi si ripiega formando un cul di sacco (il fornice congiuntivale) per rivestire in maniera più lassa la parte bianca anteriore dell’occhio (congiuntiva bulbare). Le due porzioni congiuntivali scorrono l’una sull’altra, lubrificate dal liquido lacrimale durante i movimenti dell’occhio (figura 1).

Figura 1. Rappresentazione della congiuntiva, in azzurro. Dopo aver ricoperto il bianco dell’occhio dal confine con la cornea (1, 2), la congiuntiva si ribatte al fornice (3) per rivestire internamente la palpebra (4) sino al suo bordo (5)

La sua infiammazione (congiuntivite) è la causa più frequente di occhio rosso. Può manifestarsi in forma acuta o cronica ed è sostenuta da cause molteplici quali infezioni (gli stessi batteri e virus responsabili di raffreddori, mal di gola, gastroenteriti, otiti, ma anche funghi o parassiti), allergie, intossicazioni-irritazioni da agenti chimici e fisici di varia natura, anche apparentemente banale (lenti a contatto, cosmetici, farmaci, fumo, polveri, l’esposizione eccessiva al sole e ad altre radiazioni o a sostanze per uso professionale…). Al segno tipico, l’occhio rosso (Figura 2), si associano lacrimazione, bruciore, sensazione di corpo estraneo (“sabbia negli occhi”), prurito, fotofobia, secrezione che appiccica le palpebre, gonfiore della congiuntiva stessa e delle palpebre.

Figura 2.

La diagnosi è in genere clinica, fondata sulla semplice osservazione, su criteri di circostanza (i sintomi sono comparsi dopo una giornata in campagna durante il periodo della pollinazione oppure in seguito alla frequentazione di una scuola con casi noti di congiuntivite contagiosa) e sull’abuso del criterio “ex adiuvantibus”, ovvero si prescrive un collirio contenente un po’ di tutto (uno o più antibiotici-antiinfiammatori, decongestionanti vari) e si sta a guardare. Quest’approccio, tanto diffuso quanto empirico, si fonda essenzialmente sul fatto che la maggior parte delle congiuntiviti guarisce da sola. Quando ciò non accade, tuttavia, le cose si complicano perché l’uso indiscriminato di antibiotici riduce le possibilità di isolare il germe responsabile con l’esame microbiologico del secreto congiuntivale e di testarne la sensibilità ai farmaci antimicrobici. Il metodo più corretto consiste dunque nell’effettuare subito, prima d’ogni terapia, il tampone congiuntivale con coltura del secreto congiuntivale e antibiogramma. La cura più efficace è sempre quella mirata, impostata da una precisa diagnosi di causa.

Le congiuntiviti infettive

La forma virale, il più delle volte causata dall’adenovirus, si presenta inizialmente in un occhio solo, in genere nei ragazzi già grandetti (8-10 anni). La secrezione è di tipo siero-acquoso, le palpebre sono arrossate e gonfie, sono presenti emorragie congiuntivali “a capocchia di spillo” (Figura 3a), sovente accompagnate da febbre, tosse, mal di gola (faringo-congiuntivite), ingrossamento dei linfonodi sotto la mandibola e ai lati del collo. La congiuntivite virale è molto contagiosa, spesso coinvolge l’altro occhio nel giro di pochi giorni, e rimane tale per almeno 10, a volte 14 giorni dal suo manifestarsi. Può anche avere delle sequele spiacevoli e permanenti, provocate dall’interessamento della cornea (cherato-congiuntivite adenovirale). Per questo è opportuno fare la diagnosi grazie ad un semplice test da studio, l’RPS Detector (Figura 3c).

Figura 3. Congiuntivite iperemica con microemorragie (a) e catarrale acuta (b). L’RPS Detector (c)

Il rischio di trasmissione è elevato ed è tipica dell’età pediatrica, per questo l’attenzione dei genitori deve immediatamente rivolgersi ai seguenti accorgimenti:

  • Igienizzare frequentemente la pelle delle mani (sia dei genitori che del bambino) con lavaggi (acqua e sapone), meglio ancora applicando disinfettanti cutanei specifici tipo Amuchina Gel.
  • Non condividere lenzuola, cuscini, asciugamani e altri oggetti personali.
  • Sospendere la frequenza scolastica (negli adulti si ricorre alla “contumacia relativa”, segregando i pazienti nel loro ufficio, senza contatti con i colleghi) fino alla scomparsa dei sintomi, per un periodo che va da 2 a 10 giorni.
  • Durante i 3 giorni che seguono il ritorno a scuola, il giovane paziente e i suoi insegnanti dovranno per prudenza attenersi alle stesse regole riguardanti l’igiene delle mani, la limitazione della condivisione di penne, astucci, libri e quaderni in classe, federe e coperte, posate, tovaglioli e vettovaglie in mensa.

Similmente a quanto capita nell’influenza, i farmaci, in genere somministrati sotto forma di collirio, ma anche gli antiinfiammatori per bocca come il paracetamolo (Tachipirina, Lonarid e simili) servono unicamente a ridurre la sintomatologia, in attesa che l’infezione faccia il suo corso e il sistema immunitario si liberi dall’invasore. L’utilità dei farmaci antivirali, sia locali che per bocca, è discutibile, e comunque da considerare soltanto nelle fasi precoci. Si usano in genere impacchi freschi con blandi antiinfiammatori (acqua borica, camomilla e altri rimedi “della nonna”), colliri decongestionanti come i cortisonici fluorurati e i vasocostrittori. Il decorso tende in genere alla risoluzione spontanea.

Nella forma batterica (catarrale acuta), il quadro clinico, bilaterale, è dominato da un’intensa secrezione muco-purulenta che impasta le ciglia di materiale giallo-verdastro (figura 3b). L’età pediatrica interessata è in genere quella della scuola materna (3-5 anni), non ci sono ghiandole linfatiche gonfie e dolenti ma spesso si osservano i segni e i sintomi dell’otite. I germi più frequentemente in causa sono lo Streptococcus pneumoniae, lo Staphylococcus aureus e l’Haemophilus influenzae. I moderni antibiotici (in genere fluorochinolonici di quarta generazione) combinati a steroidi risolvono brillantemente la situazione. Le regole auree descritte per limitare il contagio sono sempre da applicare, ma l’attenzione può essere meno severa e il giovane paziente può tornare a frequentare scuola e ambienti sociali già 24 ore dopo la remissione completa dei sintomi.

Nei neonati la causa della congiuntivite è un’infezione contratta durante il passaggio nel canale del parto, provocata dagli stessi germi (batteri, clamidie, herpes…) responsabili delle infezioni veneree. Per questo si esegue sempre una profilassi instillando gocce di antibiotico subito dopo la nascita. Più raramente, un dotto naso-lacrimale ancora impervio sostiene l’infiammazione.

Le congiuntiviti allergiche

L’allergia è una reazione di difesa esagerata del nostro organismo a sostanze considerate estranee e pericolose. Le manifestazioni allergiche che coinvolgono la congiuntiva si presentano con due modalità. La più comune, in genere poco problematica, si associa al raffreddore da fieno (rinocongiuntivite allergica); colpisce in genere bambini grandetti in forma stagionale ed è tipica dei mesi di maggio e settembre, mesi di pollinazione delle Graminaceae e dell’Ambrosia, alle nostre latitudini, anche se esistono forme croniche che non recedono spontaneamente, per lo più dovute all’esposizione ad allergeni permanenti, come ad esempio gli acari della polvere di casa.

E’ una tipica manifestazione di tipo I (ipersensibilità precoce o immediata), in cui il contatto tra  l’allergene disciolto nel film lacrimale e gli anticorpi dell’allergia, le immunoglubuline E o IgE, provoca la liberazione d’istamina e altri mediatori chimici (prostaglandine, enzimi vari per la la cosiddetta “cascata infiammatoria”), che agiscono sulle terminazioni nervose congiuntivali, richiamano cellule dell’infiammazione e aumentano la permeabilità vascolare e la vasodilatazione. Ne conseguono iperemia e iniezione congiuntivale, lacrimazione, secrezione mucosa traslucida, edema palpebrale e blefarite anteriore. La cornea è spesso risparmiata dal processo flogistico. Una parentesi va qui aperta sull’insorgenza del cheratocono, malattia degenerativa della cornea che talune evidenze pongono in relazione con lo strofinamento cronico secondario al prurito, il sintomo principe delle allergie oculari insieme alla chemosi, il gonfiore della congiuntiva a forma di bolle. La storia personale e famigliare di precedenti allergici (atopia) è di solito sufficiente a porre la diagnosi, anche se test dermatologici, citologia dopo scraping della congiuntiva e ricerca delle IgE nelle lacrime sono a disposizione del clinico.

Alleviare i sintomi è il primo obiettivo della gestione delle problematiche allergiche, non essendo quasi mai possibile rimuovere la causa. Il primo approccio, più efficace anche se meno realizzabile dal punto di vista pratico, è l’astensione dal contatto con l’agente supposto allergogeno (tipo cambiare aria, ad esempio trascorrere il periodo tipico delle pollinazioni al mare). A questo primo tentativo deve essere in ogni caso affiancata una terapia farmacologica, a base prevalente di colliri, assai più raramente ricorrendo a farmaci antistaminici assunti per bocca. La consulenza di uno specialista in allergologia è richiesta quando si manifesta un contemporaneo interessamento sistemico (dermatite atopica, asma…). Oltre ai farmaci “banali”, come le lacrime artificiali e i vasocostrittori (tipo collirio Alfa, Stilla…), da utilizzare sempre con estrema cautela, si prescrivono in genere colliri a base di farmaci antistaminici e stabilizzatori di membrana (Naaxia, Opatanol, Visuglican…), da instillare almeno quattro volte al dì per un minimo di 15 giorni. Tali farmaci possono essere somministrati anche in via profilattica all’iniziare della stagione in cui si manifesta l’allergia e mantenuti sino alla fine della stessa. Gli antinfiammatori non steroidei (Voltaren) e il cortisone non sono quasi mai necessari. La ciclosporina è stata proposta recentemente con risultati eccellenti per il basso rischio di effetti collaterali.

La forma più temibile di congiuntivite allergica (cherato-congiuntivite primaverile) coinvolge invece la cornea con i classici segni clinici evidenziabili alla lampada a fessura (Figura 4) e interessa in genere bambini maschi d’età più tenera e generalmente si attenua, talvolta sino a scomparire, dopo la pubertà. Oltre a fenomenologie di tipo I, secondarie alla liberazione di mediatori chimici già descritta, il principale meccanismo responsabile è di tipo IV o tardivo (si manifesta in genere dopo 24-48 ore), secondario all’attivazione di cellule dell’immunità mediata da anticorpi (linfociti T), che infiltrano cronicamente la congiuntiva. In questi casi è sovente inevitabile ricorrere ai cortisonici, assai efficaci nel controllare i sintomi, ma poco maneggevoli. E’ infatti fondamentale cautelarsi nei confronti dei potenziali effetti collaterali e profili di rischio (aumento della pressione intraoculare in primis, cataratta) utilizzando come prima scelta i preparati non assorbibili (come il Lotemax e il Flumetol). Nei casi in cui è necessario ricorrere ai cortisonici per via sistemica, il monitoraggio delle condizioni generali è mandatario.

Una terapia di recente introduzione è quella con ciclosporina 0.05% in emulsione (Restasis collirio), già ampiamente collaudata per il trattamento della secchezza oculare (vedi anche il quaderno L’occhio secco). Il Restasis, utilizzato due volte al di’ per periodi prolungati, agisce come immunomodulatore riducendo l’infiltrazione dei linfociti congiuntivali. Rispetto al cortisone ha il vantaggio di non presentare effetti indesiderati significativi, a parte un’incidenza elevata di bruciore alla somministrazione.

Figura 4. Segni classici della cheratocongiuntivite allergica: iperemia e iniezione congiuntivale (a), papille tarsali (b), cheratite puntata evidenziata con colorazione in fluoresceina e luce blu cobalto (c), nei casi più severi ulcere corneali sterili, noduli di Horner-Trantas (depositi di globuli bianchi eosinofili a livello limbare) (d)

Una forma particolare di congiuntivite è quella da lenti a contatto. Premesso che, in caso di congiuntivite, è sempre prudente cestinare le lenti insieme al contenitore e al liquido di conservazione e non tornare ad indossarle fino a guarigione avvenuta, è assai frequente il riscontro di infiammazioni della cornea e della congiuntiva provocati proprio dall’uso poco controllato o dall’abuso delle lenti a contatto, in genere morbide. L’aspetto “a papille giganti” della congiuntiva tarsale sotto la palpebra superiore è caratteristico (Figura 5) anche se non esclusivo, di queste forme.  Si ritiene che l’infiammazione consegua alla cronicità del trauma meccanico combinato a una reazione di ipersensibilità alle proteine trattenute sulla superficie della lente a contatto, similmente a quanto si osserva in pazienti con protesi oculari. Fattori favorenti sono ritenuti i comportamenti trascurati e/o poco igienici (abuso durante la notte, diametro eccessivo, curvature poco corneo-conformi, inadeguata pulizia e manutenzione…). La diagnosi è spesso tardiva per la modestia della sintomatologia in fase precoce e la riluttanza generica dei portatori di lenti a contatto a fare controlli adeguati e approfonditi. Si finisce per chiedere aiuto soltanto negli stadi più avanzati, quando cioè l’intolleranza al porto delle lenti è assoluta o quasi, e la sensazione di secchezza oculare e di corpo estraneo, l’inestetismo della palpebra che scende, la secrezione densa e il dolore diventano insopportabili. A quel punto le buone regole di prevenzione (cambiare le lenti frequentemente, effettuare scrupolosamente le procedure di manutenzione, sottoporsi a controlli regolari in assenza di sintomi) non servono a ristabilire la situazione. Bisogna sospendere l’uso delle lenti a lungo, se non per sempre, e instaurare una terapia adeguata, ricorrendo a colliri cortisonici. Nei casi più lievi, si ottengono in genere miglioramenti significativi cambiando la tipologia di materiale (dalle morbide convenzionali al silicone hydrogel, eventualmente alle gas-permeabili) e/o la routine di disinfezione e manutenzione (con i relativi conservanti, tra cui il thimerosal sembra essere frequentemente responsabile di intolleranze) (vedi anche il quaderno Lenti a Contatto).

Figura 5. Aspetto giganto-papillare, ad “acciottolato romano” della congiuntiva sotto la palpebra superiore

Cause gravi di occhio rosso
Le congiuntiviti vanno tenute ben distinte da altre cause di occhio rosso che non hanno la stessa tendenza ad autolimitarsi, per cui vanno riconosciute e trattate tempestivamente onde evitare serie conseguenze sulla capacità visiva. Sono i corpi estranei, i traumi, le scleriti, le uveiti, le ulcere corneali, le infezioni erpetiche, le celluliti orbitarie. Si tratta in genere di presentazioni monolaterali, con segni non tipici della congiuntivite come il dolore e la fotofobia intensi, la diminuzione dei movimenti oculari, il malessere generale, l’esoftalmo, il calo visivo marcato.

Le scleriti

La sclerite è l’infiammazione del guscio bianco dell’occhio. La forma superficiale (episclerite) è difficile da distinguere dalla congiuntivite, dato che sopra i vasi sclerali, dilatati, la congiuntiva partecipa con il noto quadro infiammatorio. Nelle forme più serie il rossore, settoriale o diffuso, assume gradazioni intense, con sfumature bluastre; si notano i noduli sclerali, accumuli giallastri di globuli bianchi; la reazione coinvolge in maniera più o meno intensa la cornea (cheratite periferica) e gli strati vascolari delle tuniche oculari (uveite). In casi rari (sclerite necrotizzante), la sclera si assottiglia a causa dell’infiammazione cronica, mettendo in rilievo la coroide sottostante, che appare con un colore blu intenso (Figura 6). A livello sintomatologico, le caratteristiche del dolore oculare, più intenso e gravativo, con interessamento dell’orbita e della regione facciale adiacente, la fotofobia marcata e il calo visivo, indirizzano la diagnosi. La causa, a parte rari casi d’infezione sistemica (sifilide) o locale, complicanza settica di interventi chirurgici sulla sclera (strabismo, retina, glaucoma) è una malattia reumatica (l’artrite reumatoide, la spondilite anchilosante, il lupus erithemathosus, la poliartrite nodosa, la granulomatosi di Wegener, la gotta…). Nei casi in cui la sclerite rappresenta il sintomo d’esordio, è pertanto opportuno attivare la consulenza reumatologica e l’esecuzione di una serie d’indagini di laboratorio (VES, anticorpi antinucleo ANA, tipizzazione HLA-B27, fattore reumatoide….) o radiologiche. A differenza dell’episclerite, la sclerite può estendersi velocemente alle strutture oculari vicine, provocando minacciose complicanze quali glaucomi secondari, distacchi di retina essudativi, atrofia del nervo ottico. Sono quindi essenziali diagnosi precoce e cure tempestive.

Figura 6. Sclerite diffusa (a), nodulare (b), superficiale (c), necrotizzante (d)

La terapia topica (colliri di cortisonici e dilatatori della pupilla) è solitamente insufficiente alla risoluzione del quadro. Sotto monitoraggio internistico, si raccomanda l’utilizzo di antinfiammatori sistemici non steroidei (FANS come l’ibuprofene e l’indometacina) e, sovente, anche di cortisonici o altri farmaci immunosoppressori, in particolare nelle forme necrotizzanti.

Le cheratiti erpetiche

L’herpes simplex (HSV) è il virus che più comunemente rompe le scatole agli esseri umani. Si trasmette con i fluidi corporei, di solito la saliva, e colpisce la pelle e le mucose, infettando di solito i bambini tra i 6 mesi e i 5 anni con il tipico rash di piccole vescicole chiare che poi si trasformano in crosticine (la “febbre” del labbro o attorno al naso). Dopo la risoluzione del quadro, il virus rimane dormiente nel DNA dei gangli nervosi, in uno stato di latenza destinato a riattivarsi non appena il sistema immunitario s’indebolisce (nel periodo mestruale, dopo esposizione a raggi ultravioletti, traumi, stress…). L’occhio rosso conseguente all’infiammazione della cornea (cheratite) causata dall’HSV si presenta tipicamente monolaterale, con una gradazione assai variabile di irritazione oculare. Insieme a fotofobia e lacrimazione, il calo visivo può essere più o meno intenso, a seconda della sede e dell’estensione della lesione. Nelle infezioni primarie, si osservano le tipiche vescicole cutanee attorno alle palpebre e una congiuntivite follicolare, entrambe assenti nelle forme ricorrenti secondarie, le più comuni. La lesione classica, visibile alla lampada a fessura, inizia come una generica cheratite puntata, quindi si realizza l’ulcera corneale dendritica, una specie d’alberello colorato con fluoresceina o rosa bengala (figura 7).

Figura 7. Aspetto ad alberello (dendritico) tipico della cheratite erpetica (a, b); interessamento degli strati profondi corneali (cheratouveite) con neovacolarizzazione (c)

Il sintomo patognomonico è la ridotta sensibilità corneale da danno alle terminazioni nervose – il soggetto non si accorge che l’oculista gli tocca la cornea, normalmente sensibilissima, con un batuffolo di cotone. L’intensa replicazione del virus va combattuta con tempestività, per evitare la penetrazione e l’interessamento dei tessuti profondi, potenzialmente in grado di provocare danni irreparabili (Figura 7c). Si ricorre agli antivirali sia topici (in pomata) che sistemici (in compresse), evitando assolutamente i cortisonici nelle fasi precoci.

Le ulcere corneali

Per ulcera s’intende una qualsiasi perdita di sostanza. Nel caso della cornea, il caso più comune consegue a lesioni traumatiche del rivestimento epiteliale (ad esempio l’abrasione da unghiata dei lattanti alla mamma), con i tipici sintomi: dolore acuto, che si accentua ai movimenti dell’occhio, fotofobia, blefarospasmo, lacrimazione intensa con sensazione di corpo estraneo e visione annebbiata. Alla lampada a fessura la colorazione delimita la regione ‘spelata’ (Figura 8), circondata da edema e infiltrati, espressione della reazione alla penetrazione di germi e corpi estranei. Una breve terapia protettiva (bendaggio, lente a contatto terapeutica) con lubrificanti e antibiotici locali di copertura risolve in genere la condizione senza esiti.

Figura 8. Ulcere corneali inferiore (a) e centrale, più estesa (b) colorate con rosa bengala. Lieve perdita di trasparenza corneale (leucoma) periferica, senza interferenza con la capacità visiva (c)

In una situazione particolare, la sindrome delle erosioni epiteliali ricorrenti, il disturbo si ripete con insistenza, assai spesso di notte o all’apertura mattutina delle palpebre. La riparazione dell’epitelio è incompleta e basta il minimo traumatismo dell’apertura della palpebra per riaprire la ferita, in taluni casi a causa di una condizione predisponente (distrofia della membrana basale) che impedisce la corretta aderenza delle cellule al loro basamento. Quando la terapia conservativa (lubrificanti oculari, bendaggi notturni, lacrime artificiali…) è inefficace, la fotocheratectomia con laser ad eccimeri risolve la situazione per sempre, ripristinando una tenace aderenza dell’epitelio alla sua membrana basale, con la chance di poter correggere qualche difetto visivo concomitante (miopia, astigmatismo, ipermetropia) con la stessa procedura. Quando l’erosione è profonda (causticazioni chimiche con acidi e alcali, ustioni, traumi con rami, corpi estranei, lenti a contatto….) la terapia è più urgente e complessa, e sovente la riparazione della perdita di sostanza avviene con fibrille connettivali che non hanno la trasparenza del tessuto corneale ma l’opacità delle cicatrici. Sono i cosiddetti leucomi corneali (Figura 8 c), esiti che disturbano in misura variabile la funzione visiva, a seconda di sede, dimensione e densità. In una varietà di malattie poco note di origine immunologica, infine, come la cheratopatia neurotrofica e la cheratite stromale necrotizzante, anche conseguenza della cheratite erpetica, l’ulcera può approfondirsi con abbondante distruzione del tessuto, per arrivare anche a situazioni gravissime di perforazione corneale (Figura 9).

Figura 9. Ulcera centrale profonda (disciforme) con edema circostante

Le celluliti orbitali

La cellulite orbitale è un’infezione importante a carico degli annessi oculari, palpebre e tessuti molli dell’orbita e della regione attorno all’occhio (Figura 10a). Si presenta in genere con esoftalmo, difficoltà e dolore ai movimenti oculari, edema rosso delle palpebre, febbricola, mal di testa e malessere generale ingravescente sino alla prostrazione, sovente accompagnati a chemosi congiuntivale (Figura 10b), calo visivo, visione doppia, aumento della pressione intraoculare, scolo nasale muco-purulento.

Figura 10. Edema rosso delle palpebre (a) e chemosi congiuntivale (b)

Cause
La cellulite consegue all’estensione per contiguità di infezioni dei seni paranasali (sinusite), del tratto alto dell’apparato respiratorio, delle vene facciali (flebiti), delle ossa (osteomieliti) dei denti o del sacco lacrimale (dacriocistite), da parte degli stessi batteri (streptococchi vari, Staphilococcus aureus, Haemophilus influenzae, Pseudomonas…) e funghi (nei pazienti immunocompromessi) comunemente responsabili di tali forme. Più raramente arriva attraverso il sangue da organi distanti o consegue a traumi perforanti, anche chirurgici (decompressione dell’esoftalmo ipertiroideo, strabismo, blefaroplastica, distacco di retina, dacriocistorinostomia…). La diagnosi deve distinguere le forme anteriori o presettali (l’infezione si limita alle strutture anteriori al setto orbitario, sepimento fibroso di fascia connettivale interno alle palpebre) da quelle posteriori, da ritenere vere e proprie emergenze mediche, da ospedalizzare con urgenza per instaurare adeguata terapia antibiotica endovenosa, tempestiva, mirata e aggressiva, onde evitare complicanze anche gravissime, come la cecità e la meningite. I segni distintivi sono l’esoftalmo (occhio in fuori), le limitazioni ai movimenti oculari e il calo visivo, che di norma sono assenti nelle forme presettali. L’ecografia e soprattutto le indagini tomografiche (TAC o risonanza magnetica del massiccio facciale e dell’orbita) sono dirimenti.

Si usano colliri cicloplegici tipo atropina (Ciclolux due-tre volte al giorno per tenere dilatata la pupilla), antibiotici fluorochinolonici (Exocin, Oftacilox, da tre a sei volte), antiinfiammatori non steroidei (Voltaren, Acular), lacrime artificiali, autosiero e una lente a contatto terapeutica (sottile, a basso contenuto idrico). A volte antibiotici sistemici che inibiscono l’attività delle collagenasi (Bassadocompresse ogni 12 ore). E’ fondamentale il monitoraggio della situazione.

 

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Domande Frequenti

È importante togliere le lenti a contatto prima della visita?

L’azione delle lenti a contatto può alterare la forma della cornea, variandone i parametri e di conseguenza la refrazione del paziente, in maniera più o meno incisiva a seconda del tipo di lenti (morbide, rigide o semirigide).  In base alla motivazione per cui viene richiesta la visita oculistica viene indicato la sospensione di circa 2-3 […]

Quanto dura l’effetto delle gocce per cicloplegia (dilatazione pupilla)?

L’effetto delle gocce ha una durata diversa a seconda del collirio impiegato, della reattività individuale, dell’età e del difetto visivo (da un minimo di 3-4 ore, ad un massimo, in rari casi, di 24-48 ore).

Come scegliere lo specialista?

Nella sessione “equipe medica” trova l’elenco dei nostri oculisti, con il proprio campo di competenza specifica. In ogni caso, una prima visita oculistica generica può essere effettuata da uno qualsiasi dei nostri specialisti; consideri quindi anche la disponibilità, i giorni ed orari di visita a lei più congeniali.

Viene sempre misurata la pressione dell’occhio durante la visita?

La pressione intraoculare viene misurata a tutti i pazienti sottoposti a visita oculistica, mediante il tonometro a soffio o il tonometro ad applanazione. (Quest’ultimo utilizzato in pazienti con predisposizione o affetti da glaucoma o in fase di terapie cortisoniche locali).

Posso guidare dopo la visita?

La dilatazione farmacologica della pupilla crea disagi come fotofobia e difficoltà nella messa a fuoco degli oggetti sia da lontano che da vicino. Pertanto si consiglia di evitare la guida dopo la visita.

È sempre necessaria la dilatazione della pupilla durante la visita?

La dilatazione farmacologica della pupilla serve per controllare in maniera più accurata la parte periferica della retina dell’occhio. Da tenere presente che un esame del fondo dell’occhio senza dilatazione è sempre considerato parziale e non completo. Ad oggi esistono apparecchiature (OPTOS) in grado di fotografare il fondo dell’occhio in maniera accurata e senza dilatare farmacologicamente […]

A che età è utile fare la prima visita ai bambini?

L’età giusta è tra i 3 e i 4 anni. Oggi abbiamo a disposizione strumenti in grado di rilevare difetti di refrazione in modo oggettivo, anche prima dell’età scolare, quando il bimbo sarà in grado di collaborare e dare risposte soggettive utili a identificare la giusta refrazione. Se i genitori, o i famigliari stretti del […]

Può essere pericoloso utilizzare le gocce per la dilatazione della pupilla in caso di gravidanza o allattamento?

In generale i colliri che si utilizzano per dilatare la pupilla sono topici, ma potrebbero entrare in circolo e raggiungere anche il feto. Di solito dopo la 20 esima settimana di gestazione non ci sono rischi per il feto, ma ogni singolo caso viene sempre valutato dall’oculista prima di somministrare qualsiasi tipo di collirio o […]

Quali sono le differenze tra il centro di Milano e quello di Nizza Monferrato?

I nostri Centri dispongono egualmente di strumentazione all’avanguardia. L’ambulatorio di Milano è attivo dal lunedì al venerdì; quello di Nizza Monferrato saltuariamente anche di sabato. La chirurgia viene effettuata unicamente nella sede di Milano.

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